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"Pantera"

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L'ultimo libro di Stefano Benni: l'inizio di una nuova stagione di narrativa dedicata al mistero nei due racconti “Pantera” e “Aixi” Avvincente, appassionante, trascinante, si legge con ritmo serrato e proietta il lettore in una dimensione che ne assorbe tutta la concentrazione. Sembra un giallo ma è incentrato in realtà su una storia “rosa”; la protagonista è una donna misteriosa tanto quanto lo è una pantera - e appunto questo è il suo pseudonimo e il titolo: elegante, affascinante, semplice ma carismatica, vincente ma stregata, in un vortice mozzafiato di escalation di vittorie, colpi perfetti al gioco del biliardo, sinuosità e flessibilità nella precisione dei tiri, nel tracciato delle palline che rotolano nella buche con tempi e traiettorie da precisione balistica, nella vittoria, nello sbalordire qualsiasi avversario, vincendo e trionfando su tutti, in primis con lo sguardo e con l’imperturbabilità del vincitore baciato dalla fortuna. Di lei non si sa nulla: bambina rimasta orfana, forse Maria di nome, aveva lavorato in un bar, sfuggita allo zio ubriacone e violento grazie a Rasciomon, facchino dell’ortomercato con la faccia da ex galeotto e a lui legatosi come a un padre. La caricatura di un pigmalione, di un p.r., il gigante buono che difende e garantisce per una regina che “è tale a qualsiasi età”. Già perché di caricatura il libro è costantemente cosparso, in una giostra di sfidanti ben rappresentati dalla china di Luca Ralli, che evidenzia i tratti più surrealistici con estrema fedeltà alle descrizioni del testo. In effetti l’Accademia dei Tre Principi, una reminiscenza autobiografica risalente all’età adolescenziale dello scrittore – e per questo il narratore interno è un quindicenne – prevede l’alternarsi di personaggi individuati dal loro soprannome secondo la tattica verghiana (“Rosso Malpelo”!) di influenzare il lettore sul loro carattere. Borges e Tamarindo sono i primi sconfitti, sia perché hanno sottovalutato la bambina, sia perché per la prima volta emerge la differenza tra un giocatore che ha esperienza e Pantera i cui tiri sono posseduti “da un sortilegio, guidati da un istinto”. Tic Tac invece è una delle punte più alte di umorismo presenti in questa narrativa “mista” di varie matrici, sapientemente organizzate tra di loro senza che  prevalga alcuna. “Alcuni dicevano che i suoi tic erano veri, che aveva passato due anni in manicomio, giocando migliaia di partite immaginarie nelle insonnie”: il “relata refero” dà veridicità al surreale. E la tattica inizialmente fa presa anche su Pantera, ma sentendo il risolino di scherno, la fanciulla procede fino alla sua sconfitta totale, che terminerà con una crisi epilettica. Chiquita, invece, un trans che pure nella sua essenza trasgressiva mostra solidarietà alla protagonista, una donnona vistosa diametralmente opposta alla discrezionalità del carattere di lei, perde la partita, ma sa ridere della sua sconfitta e come una “gigantessa-strega” trasforma la risata in sarcasmo, profetizzandole che “prima o poi arriva l’ultima partita”. Anche se la voce narrante spesso interviene interfacciandosi con la vincitrice che adora, idealizzandola come modello platonico irraggiungibile, assecondando una dinamica sentimentale tipicamente adolescenziale, il vero sfidante sarà l’Inglese: un rubacuori, elegante ma crudele, il cui incontro proietta nell’Eden della narrativa “rosa” il racconto struggente tra una Dea e un Dio, come un “collasso cosmico, uno scontro tra due galassie”. In 15 minuti si raccontano, non si sa cosa, ma l’autore lo immagina, secondo quella funzione referenziale tanto cara a Benni che libera la narrativa da qualsiasi schema stereotipato e ne fa un romanzo “combinatorio”: chi legge può accettare, credere o rifiutare quei pensieri, così come i lettori di Italo Calvino possono scegliere liberamente l’incipit di ogni capitolo di cui si compone “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Lei novella “Giovanna D’Arco”, lui emigrante in Inghilterra hanno entrambi il coraggio di fare il “salto nel vuoto”, sostenuti dalla fede incrollabile nel gioco, che poi è l’“alea”, il destino inevitabile, la fortuna che audaces iuvat, perché i due giovani hanno dalla loro la Dea bendata. Ma nella sfida per eccellenza la posta in gioco è più alta e riguarda il futuro e la vita stessa dei due “giganti” estremi: titanicamente e romanticamente, la sconfitta di lei significherà l’accettazione della dimensione di donna che segue il suo uomo, che cede lo scettro da Dea e riconosce che “la Fortuna è nelle tue mani”. Ma l’Inglese ha sbagliato. Il suo tiro è stato troppo fiacco perché “per la prima volta una speranza troppo forte lo stordì, lo abbagliò”. L’Inglese ha perso e lei ha vinto come sempre. Ma quello era il punto del non ritorno. Lui ha perso di proposito, ha sbagliato apposta, è stato sfortunato? “La solitudine (…) era il terzo giocatore quella notte, tra lei e lui”. Parole che pietrificano e vanificano due esistenze, per un attimo proiettate in un futuro meraviglioso, in un attimo scomparse senza rimedio, senza traccia, inghiottite dal nulla. Lui si suicida in albergo. Lei scompare per sempre dai tavoli da gioco. Agghiacciante, misterioso, implacabile come il mistero della vita e delle scelte inappellabili che determinano il senso e l’esistenza di ciascuno. “Aixi”– Secondo racconto di “Pantera” Ritmo andante, lento, da indugio meditativo e riflessivo è quello che caratterizza il secondo racconto presente nell’ultima fatica letteraria di Stefano Benni. In netta contrapposizione con il ritmo vivace e mordente, brillante ma incalzante, pieno di colpi di scena e misterioso di “Pantera”, il primo racconto. A renderli simili invece è la voce narrante interna al romanzo: quella di due adolescenti, lì un bambino “alter ego” dell’autore all’età di 15 anni, qui invece una bambina coraggiosa di 13 anni, immersa in un paesaggio altrettanto scarno e povero, ma fatto di ambientazioni esterne e non di interni. È il paesaggio del mare, di una povera famiglia di pescatori, inizialmente narrata con straniamento estremo perché la bambina immagina che un astice arrivi a portarle la colazione a letto! Ma il gesto affettuoso di vedersi portare il caffè a letto è la trasposizione di quello che la piccola fa, colma d’affetto, per il suo meraviglioso Babbonino, il papà artefice un tempo di mille imprese marinare tra i pescatori che lei idealizza ora che lui non può più nemmeno andare sulla riva del mare  “masticato dalla malattia”, la “pulce di mare”: il cancro ai polmoni.  Tra pseudonimi e descrizioni di personaggi logorati dalla vita di mare, l’ambientazione potrebbe riecheggiare  quella dei “Malavoglia”, nel crudo realismo e nell’assenza di stereotipi che permettono di vedere con una lente di ingrandimento la crudeltà della malattia mentre si abbatte su un destino gramo e su una vita fatta di stenti, di povertà, di malattia insanabile e incurabile, perché non si possono pagare le medicine necessarie. Poi  il contrasto, netto, con la sua vita tra le altre adolescenti, a scuola, nella corriera: una carrellata di personaggi finti, falsi, superficiali, come Aida che le rimprovera sempre e solo il suo modo di vestire, zia Ornella, che senza pietà le prospetta la prossima morte del padre e il suo futuro nella loro odiata casa di apparenze in cambio del ramo di corallo che lei tiene ben nascosto, unico suo bene lasciatole dal padre come “patto con il mare”. Forte di questa “promessa” Aixi si appresta a compiere la sua più grande impresa: con la barca prestatale da Geppo si allontana dove sa che può prendere il pesce più grande, dalla cui vendita ricaverà il necessario per pagare le cure del padre. Il “guerriero subacqueo”, immenso nelle bellissime illustrazioni di Luca Ralli in bianco e nero,  non molla, fa resistenza, il motore della barca si inceppa, lei non riesce a issarlo sulla barca. E tutto si ferma. È l’attesa. E’ la lotta che dura, lentissima ed estenuante, nel tempo, tra l’uomo e la natura, tra il capitano Achab e la Balena nel “Moby Dick” di Melville. Alla fine sarà proprio il pescatore Geppo a ritrovarla, con 8 chili di pesce al traino – o che la traina! Ma anche il finale di questa storia resta paradossale e misterioso, nella tecnica della narrativa “combinatoria” già utilizzata da Italo Calvino. E se invece lei vivesse con la tanto odiata zia Ornella in un ambiente ricco ed elegante? Se il papà guarisse? Se imparasse il mestiere del padre? Se si buttasse nel mare e morisse nelle “10.000 leghe sotto il mare”? Se un delfino la portasse a dorso a riva, come nella favola di Esopo? Ognuno può scegliere il finale che preferisce: questa è la “libertà della lettura” che propugna Stefano Benni, in cui ognuno può liberamente scegliere ciò che più preferisce, senza obblighi, senza conformismi, senza stereotipi. Misteriosamente liberi, leggiamo, interpretiamo, scegliamo e partecipiamo della nuova stagione narrativa del grande autore nostro contemporaneo.