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Tra greci, romani ed egizi

Tra greci, romani ed egizi  opera
Tra greci, romani ed egizi opera
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Tra greci, romani ed egizi opera
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Tra greci, romani ed egizi opera
Tra greci, romani ed egizi  opera
Tra greci, romani ed egizi opera

Palazzo Altemps a Roma, nei pressi di Piazza Navona, offre una vivida testimonianza della fusione tra arte, usanze e culti greci, romani ed egizi. Nei pressi di Piazza Navona nel Campo Marzio a Roma, sorge il palazzo Altemps, altrimenti noto come Museo Nazionale Romano, costituito da una “domus” romana di epoca tardo-imperiale a cui sono state inglobate torri di età medievale, in un restauro interno che risale invece all’età del Rinascimento. Di struttura composita per affastellamento di stili artistici, il palazzo deve il suo nome al cardinale proveniente dall’Alto Tirolo, Marco Sittico Altemps, che lo acquistò nel 1568 eleggendolo a sua dimora romana, aggiungendovi il cortile, l’altana e i camini che si stagliano verso l’alto. Già nel secolo precedente, tuttavia, Girolamo Riario vi fece costruire i soffitti lignei del primo piano e gli affreschi parietali nella Sala della Piattaia. Successivamente il fabbricato diventò proprietà del cardinale Soderini e quindi residenza dell’ambasciata di Spagna. Nel XIX secolo il tenente francese Giulio Hardouin ne ereditò l’intera proprietà dalla defunta moglie Lucrezia Altemps. Nel 1883 egli acconsentì alle nozze tra la figlia di seconde nozze Maria e Gabriele D’Annunzio e, in seguito a contrasti con il genero, si vide costretto a cedere il fabbricato alla Santa Sede che tra il 1894 e il 1969 lo concede in uso al Pontificio Collegio Spagnolo. Il Ministero dei Beni Culturali lo acquistò definitivamente nel 1982. L’edificio contiene varie collezioni estremamente importanti: la Collezione Altemps, che fu ben presto smembrata in modo che, a parte alcuni esemplari, come l’Ercole giovanile e la Demetra, le sculture confluirono in altre collezioni private e nei più importanti musei del mondo, tra i quali i Musei Vaticani, il British Museum, il Louvre; la collezione Boncompagni Ludovisi, che contiene opere emerse a seguito dei lavori di urbanizzazione dell’area della splendida villa Ludovisi sul Quirinale tra Porta Salaria e Porta Pinciana, oggi conservate anche nel Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano; la Collezione Mattei, che servì per decorare il palazzo e ornare i giardini sul Celio, noti come villa Mattei o Celimontana; la Collezione del Drago, costituita essenzialmente da quattro rilievi noti fin dal XV secolo e divenuti celebri soprattutto grazie agli studi di Winckelmann, opere in seguito espropriate dallo Stato nel 1964 a seguito di un tentativo di illecita esportazione all’estero; infine la Raccolta Egizia, di cui parleremo in modo più approfondito perché costituisce una delle più significative testimonianze sulla diffusione dei culti egizi a Roma. In particolare vorrei fermare l’attenzione di chi legge su quelle statue rinvenute nel Campo Marzio nella cosiddetta collezione del Museo Kircheriano una volta presente nel Collegio Romano ma ora scomparsa, che consta anche di opere provenienti dalle collezioni Brancaccio e Colonna. Giunta nell’età repubblicana a Roma, l’influenza dell’arte egiziana nasce dapprima come volontà decorativa di collezioni private “alla moda egiziana”, dovuta ad un certo gusto esotico che caratterizza le famiglie nobiliari romane dell’epoca. Da qui le statue raffiguranti la dea Iside e il consorte Serapide, che portano i simboli caratteristici del loro culto misterico – come ad esempio il serpente, simbolo di vita - ma che arrivano a Roma già attraverso la mediazione che hanno subito nell’età ellenistica grazie alla civiltà greca con cui la civiltà nordafricana è entrata in contatto precedentemente. Vedere il busto di Settimio Severo il cui volto diventa un simbolo di salvezza secondo l’iconografia religiosa egiziana è un perfetto esempio di commistione religiosa, ma anche di sincretismo stratificato tra culture diverse. Così se Iside si riveste di una toga romana, del pari si ritrova Iuppiter-Serapide, Dioniso-Helios e Osiride-Chronocratore, dove appunto la “crasi” (linguisticamente e concettualmente) tra il potere assoluto degli imperatori-dei divinizzati alla moda egiziana e le usanze romane passa attraverso l’Olimpo greco, lasciando intatto solo il Bue Api, autenticamente egiziano accanto alla statua del Faraone Amenemhet III. Infine ci sono due gruppi statuari estremamente interessanti a testimonianza della sintesi in atto tra Grecia ed Egitto tanto nell’arte figurativa quanto nella tragedia greca. Il primo è quello di Oreste ed Elettra a cui Winckelmann aggiunse la didascalia “mentre conversano”, dopo che Elettra si era recisa il ricciolo sulla tomba del padre Agamennone. Il gruppo scultoreo conferma quanto raffigurato sulla stele funeraria dell’Attica datata al IV sec.a.C, in cui Elettra appare altissima. IN questo caso, piuttosto che parlare dell’attribuzione – comunque confermata ad un artista dell’età cesariana – occorre definire l’aspetto alto e tozzo della figura femminile, così come per Oreste la provenienza orientale sembra confermata per la capigliatura ornata. Del resto il matricidio, per vendicare l’adulterio della madre con Egisto in assenza di Agamennone, sembra un atto talmente cruento da essere stato importato da altre religioni, come quella misterica – al pari dello sbranamento e dell’omofagia presenti nelle “Baccanti” euripidee – con cui evidentemente Euripide entrò in contatto, senza assimilarla o parteciparvi, ma riferendola da osservatore esterno ed estraneo. Non a caso allora la carrellata delle divinità presenti al piano terra e raffigurate sull’urna cineraria allude a Iuppiter come a Persefone e a Plutone: gli dei dell’ Ade, si uniscono a quelli del celo e poi a quelli del mare come Plutone e Anfitrite, quest’ultima figlia della divinità marina Nereo e di Doride e annoverata nel numero delle cinquanta Nereidi che facevano parte della corte di Poseidone. Cielo, Ade e mare sono infatti, evidentemente, gli elementi naturali che accomunano e mettono in contatto Grecia, Italia ed Egitto. Così l’arte esplicita quei meccanismi storici, culturali e religiosi che determinarono la civiltà del bacino del Mediterraneo in epoca tardo-ellenistica e nell’età augustea. Una testimonianza preziosa che rinnova la memoria di una Roma centro di civiltà, ma anche di culture e di ampia tolleranza religiosa.